Il Leone di Svevia

Secondo Dante fu un sovrano valoroso. Per ben tre papi una spina nel fianco. Ecco come Manfredi, figlio illegittimo dello stupor mundi, diventò re.

IL SULTANO DI LUCERA.

Sin dal 1223 Federico II aveva creato a Lucera, in Puglia, una “colonia” di Saraceni che erano stati da lui deportati sul continente dalla Sicilia. Per lungo tempo l’isola era stata abitata da musulmani, che all’inizio del regno dello “stupor mundi” si erano ribellati contro il potere centrale: Federico, dopo aver sedato la ribellione, decise di non sterminarli e di trasferirli in Puglia. L’imperatore, infatti, aveva avuto modo di apprezzare le grandi doti militari di questi infallibili arcieri: per questo si decise a creare la colonia di Lucera, dove i Saraceni avrebbero potuto vivere in pace praticando la loro religione in cambio del servizio militare da prestare al regno. Dopo la morte del loro “protettore”, i Saraceni di Lucera rimasero fedeli a suo figlio Manfredi.

«I musulmani misero a sua disposizione il loro tesoro e gli fornirono un ingente numero di truppe. Sapevano bene che sarebbero stati sterminati completamente in caso di vittoria del pontefice», spiega Amatuccio. Negli ultimi mesi del 1254 Manfredi si recò dunque a Lucera e, col contributo dei Saraceni, mise insieme un esercito che mandò poco dopo contro le truppe papali. Il 2 dicembre a Foggia i Saraceni di Manfredi ebbero la meglio sui soldati del papa. Innocenzo, sconfitto e malato, morì cinque giorni dopo. L’uscita di scena dell’acerrimo nemico fu una fortuna per Manfredi: Alessandro IV, il neopapa, era molto meno energico del predecessore. Anche lui scomunicò (di nuovo!) Manfredi, ma non riuscì a indebolirlo. Nel 1256 ormai il Regno di Sicilia era completamente sotto il controllo dello svevo, tanto da permettergli

la fondazione di una nuova città che in suo onore si sarebbe chiamata Manfredonia. Poi, nel 1257, le truppe papali furono definitivamente sbaragliate e Alessandro IV dovette abbandonare Roma per rifugiarsi a Viterbo, dove sarebbe morto quattro anni dopo. Il 10 agosto 1258 Manfredi venne ufficialmente incoronato a Palermo: era all’apice del suo potere.

UN ESERCITO MULTIETNICO

L’esercito di Manfredi era simile per composizione e struttura a quello del padre Federico II.

Il nucleo centrale era costituito da cavalieri pesanti tedeschi, la maggior parte dei quali aveva seguito Corrado IV durante le sue campagne nel Meridione ed erano poi rimasti al servizio di Manfredi. Nonostante fossero dei combattenti stipendiati, i mercenari tedeschi (milites stipendiarii) si dimostrarono sempre piuttosto fedeli nei confronti del figlio illegittimo di Federico II, e molto efficaci sul campo di battaglia.

Fedeli e traditori. Ma le truppe più leali furono i Saraceni di Lucera: questi sapevano bene che la loro stessa esistenza era legata alla sopravvivenza della dinastia sveva, poiché non solo il papato, ma qualunque altra famiglia regnante cristiana si sarebbe presto liberata di loro. Le truppe del regno, composte essenzialmente solo da milites e da pochi fanti delle leve feudali, diedero invece un contributo militare molto scarso a Manfredi, come in precedenza al padre. Ma soprattutto lo tradirono nello scontro finale a Benevento, determinandone la sconfitta.

In qualità di capo assoluto di tutti i ghibellini italiani, Manfredi sostenne generosamente le città alleate dell’Italia Centro-settentrionale inviando cavalieri e denaro in funzione anti- guelfa. Il 4 settembre del 1260, per esempio, i milites mercenari tedeschi mandati in Toscana furono decisivi nell’assicurare a Siena una grande vittoria nella celebre battaglia di Montaperti, contro la guelfa Firenze.

Seguendo l’esempio del padre, Manfredi si dimostrò anche un fine diplomatico tessendo alleanze matrimoniali con le altre case regnanti: lui stesso sposò in seconde nozze la figlia del Despota d’Epiro (che gli portò in dote alcuni territori in Albania) e diede in moglie la propria figlia Costanza all’ambizioso Pietro III d’Aragona.

TRADITO. Ma la “pace” non durò a lungo, e la fortuna nemmeno. Ancora una volta fu un papa a sparigliare le carte. Nel 1261 fu eletto al soglio pontificio il francese Urbano IV (1195-1264): ostinato e nemico degli Svevi, lavorò subito per togliere di mezzo Manfredi e rimpiazzarlo con un monarca fedele al papato. La scelta cadde su Carlo d’Angiò, signore di Provenza e fratello del re di Francia (Luigi IX “il Santo”). «Il papato lanciò una vera e propria “crociata” contro Manfredi, che veniva dipinto dalla propaganda guelfa come un sovrano infedele ed eretico», sottolinea Amatuccio.

Carlo d’Angiò naturalmente rispose all’invito e nel 1265 giunse in Italia, ansioso di prendersi il regno. Manfredi tentò il tutto per tutto, arrivò perfino ad appellarsi (invano) alla popolazione di Roma affinché lo incoronasse imperatore.

Gli Angioini si presentarono ai confini settentrionali del regno con un grosso esercito. Manfredi aveva organizzato un buon sistema difensivo, ma i nobili meridionali lo tradirono: passarono dalla parte di Carlo d’Angiò e permisero ai francesi di attraversare il fiume Garigliano e raggiungere la Campania. Il 26 febbraio 1266 Svevi e Angioini si affrontarono nella battaglia di Benevento. Proprio nel momento cruciale dello scontro, Manfredi si scoprì di nuovo tradito, questa volta dai suoi stessi cavalieri. Si gettò allora contro il nemico, per l’ultima sfida. Il suo corpo fu trovato sul campo, tre giorni dopo la disfatta.

di Gabriele Esposito

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