Trump contro Soros: conflitto aperto in Macedonia

Con la scusa del referendum sul nome Macedonia, il magnate Soros finanzia filo islamici e partiti di sinistra che vogliono le frontiere aperte.

The Donald lo stoppa, apre un’inchiesta sull’ambasciata e fa dimettere il consigliere vicino a Obama e a Open society.

In Macedonia è in atto da diversi anni un forte conflitto politico che vede contrapposti i due maggiori partiti, quello socialista (l’Unione socialdemocratico) e quello conservatore (Partito democratico per l’unità nazionale macedone), ma che con il tempo è divenuto anche lo specchio fraglie delle tensioni che si registrano a livello internazionale. Il leader socialista, Zoran Zaev, sostenuto dal magnate americano George Soros, dall’ambasciata statunitense di osservazione obamiana, dal capo della diplomazia europea Federica Mogherini e da una miriade di organizzazioni non governative finanziate dalla sorosiana Open society, è riuscito a prendere il potere nel 2017.

Ne hanno beneficiato anche le associazioni filo albanesi e filo islamiche. Proprio Zaev è colui che a giugno ha firmato con il governo greco di Alexis Tsipras l’accordo con il quale Ia Macedonia dovrebbe cambiare il proprio nome (da Repubblica jugoslava di Macedonia in Repubblica della Macedonia del Nord) per ricevere in cambio il nulla osta alla Nato e all’Unione europea da parte di Atene.

Viste le circoscritte capacità di manovra dell’opposizione a difesa dell’identità macedone è intervenuto il presidente della Repubblica George Ivanov, che si è rifiutato di firmare l’accordo internazionale anche qualora passasse il referendum del prossimo 30 settembre.

Egli ritiene l’accordo è incostituzionale in quanto costringerebbe a riscrivere metà della Costituzione e cancellerebbe la Chiesa ortodossa macedone. Non solo, per legge l’unico titolato a firmare gli accordi internazionali è proprio il capo dello-Stato. La Macedonia è l’unico Paese al mondo a non poter aver un proprio nome e per questo da tre settimane a questa parte a dar man forte alle posizioni di Ivanov si è aggiunto il gruppo di informatici che nel 2016 favorì la campagna elettorale di Donald Trump sui social network.

La Verità ha potuto incontrare in esclusiva questo gruppo di persone che dopo aver studiato le tecniche di propaganda negli Usa, proprio a spese delle organizzazioni finanziate da Soros, hanno deciso di utilizzare le loro conoscenze contro le idee del magnate americano in quanto convinti della loro dannosità per una struttura sociale tanto complessa come quella europea e nord-americana.

Visto che i cittadini macedoni ormai rifuggono la lettura dei media tradizionali in quanto considerati del tutto proni al potere politico, questo gruppo di cinque ragazzi ha lanciato sui social media la campagna Boicotto a favore dell’astensione al referendum sul nome del Paese, basandola sulla satira e non sull’utilizzo di notizie false.

In meno di tre settimane i sondaggi hanno iniziato a dargli ragione: il 75% dei macedoni sembra intenzionato a boicottare la consultazione. Per aver pensato indipendentemente ed essersi messi contro i piani della Open society sono stati accusati dai media internazionali di essere finanziati dalla Russia.

Nel colloquio concessoci hanno voluto provare che fanno tutto da soli nelle ore libere dal lavoro e che con ciò desiderano dimostrare al mondo intero che Soros può essere battuto con i suoi stessi mezzi, anche in assenza di un sostegno internazionale.

Basta che un popolo creda in sé stesso. Ancora oggi la Macedonia rappresenta la barriera alle migrazioni illegali che minacciano l’Unione europea. Secondo gli informatici, senza l’intervento della Casa Bianca, Soros continuerebbe nell’esperimento di destrutturazione dell’identità nazionale macedone, nella formazione di uno Stato multietnico e aperto alle migrazioni in maniera da erigerlo a esempio della società globale e multiculturale da lui propugnata per l’Europa.

Secondo i calcoli fatti dal giornalista dell’agenzia stampa macedone Cvetin Chilimanov, dal 1991 a oggi, Soros avrebbe investito nella società macedone ben 110 milioni di euro a cui si aggiungerebbero altri 40 milioni di dollari elargiti alle organizzazioni non governative della galassia di Open society da parte dell’ambasciata statunitense, a parti-re dal 2001.

Conscio del fatto che la battaglia in Macedonia potrebbe risultare decisiva nella disfatta di Soros, il presidente Trump ha messo sotto indagine interna del dipartimento di Stato le attività svolte negli ultimi anni dall’ambasciata a Skopje, portando alle dimissioni il consigliere politico, David Stephenson, responsabile agli occhi dei macedoni del coordinamento della strategia sorosiana.

Questi, tuttavia, è rimasto a Skopje come consulente di una società privata e viene accusato dagli informatici di continuare la sua attività di destabilizzazione della nazione.

A dar manforte al filone conservatore e pro-Trump è intervenuto anche il premier ungherese Viktor Orban, che ha fatto acquistare da alcune società di fiducia in Macedonia un portale informativo, un giornale e una televisione privata. La strana, ma naturale alleanza d’intenti tra Trump, Orbàn, Ivanov e i giovani hacker probabilmente porterà al fallimento del referendum, ma la battaglia per la Macedonia continuerà, visto che ad aprile del 2019 scade il mandato del presidente della Repubblica e l’ultimo ostacolo al grande esperimento potrebbe essere rimosso.

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